I cinque sensi e la bicicletta
11 Gennaio 2008 di ciclosofo
L’assunto fondamentale della ciclosofia è che il mondo, visto dal sellino, è diverso. Diverso da come può essere percepito dall’interno di un’automobile: mentre l’auto offre una percezione quasi asettica del mondo, stando chiusi nell’abitacolo, la bici offre un’esperienza del mondo diretta, completa, che coinvolge tutti i cinque sensi.
Per comprendere meglio il concetto, analizziamo ciascun senso, iniziando dalla vista. Inforcare la bicicletta consente di riscoprire che sopra la nostra testa c’è un cielo diverso per ogni ora del giorno e della notte, per ogni giorno dell’anno. Non ci sono tettucci sopra la testa, non ci sono montanti attorno a noi, per guardare indietro è sufficiente voltare la testa senza incontrare lamiere o sedili e non si è costretti ad osservare il mondo circostante attraverso la fessura del vetro posteriore. Il ciclista vede la strada che gli corre sotto i piedi, le nuvole sopra la sua testa, scorge gli alberi, gli animali, le persone.
Come se non bastasse, la percezione del campo visivo del ciclista è ulteriormente ampliata per via della minor velocità di crociera: il ciclista percorre il suo itinerario ad una andatura tale da consentirgli di distrarsi quel minimo che gli consente di scorgere il ritorno delle rondini sotto i tetti, le gemme che spuntano sugli alberi, i fiori che sbocciano lungo il ciglio della strada. E non rischia di tamponare il veicolo che lo precede pochi metri davanti.
Ma il ciclosofo non è un temerario né un imprudente: non pedala distratto; al contrario, è un osservatore attento: degli altri veicoli sulla strada, innanzitutto; ma la sua andatura gli concede dei lussi “visivi” che sono sconosciuti all’automobilista. Se una bici procede a 15 Km orari e un’auto a 45, è evidente come per percorrere lo stesso tratto al fortunato pedalatore è concesso un tempo triplo per assaporare visivamente la realtà che lo circonda, rispetto allo sfortunato autocostretto.
Anche l’udito del ciclo-amatore risente positivamente dell’uso della bicicletta. I suoni non giungono ovattati, non sono fuori dall’abitacolo, perché il ciclista è dentro l’ambiente. L’automobilista forse non ci presta più attenzione, ma le sue orecchie sono costantemente disturbate dal rombo del motore, che copre e attenua tutti i suoni. Il ciclosofo incede silenzioso, non disturba quando passa accanto alle persone e se sente un cigolio provenire dalla catena, provvede al più presto ad oliarla, per assaporare senza alcun disturbo il crepitio del brecciolino sul sentiero. L’amico ciclista percepisce il miagolio del gatto lontano, il canto degli uccelli sui tetti delle case, il suono impetuoso del ruscello sotto il ponte e il vento non è un disturbo aerodinamico, ma un sottofondo musicale che detta il ritmo della pedalata.
Proprio il vento ci aiuta a comprendere come la percezione del mondo dal sellino della bici coinvolga il tatto. Il tatto non sta solo nelle dita e nei palmi delle mani. L’esplorazione tattile coinvolge tutta la superficie cutanea: mani, braccia, gambe, viso, collo, torace. Tutto il corpo, insomma. Ecco perché il ciclista sente l’aria che lo avvolge, dalla testa ai piedi. E’ un privilegio non concesso all’automobilista, salvo i pochi seduti nelle loro cabriolet e i temerari - nessuno, si spera - a cui sia venuta l’idea di viaggiare con la testa e almeno un braccio fuori dal finestrino.
Il ciclista impara sulla sua pelle - nel senso letterale dell’espressione - il succedersi delle stagioni: avverte il freddo pungente nelle mattine invernali, si scalda nel tepore del sole primaverile e apprezza il riparo all’ombra nelle giornate di calura. In un certo senso anche l’automobilista avverte il cambio di stagione, ma la differenza col ciclista è evidente: quest’ultimo non cerca di cambiare il corso delle stagioni, non ha un abitacolo in cui accendere il riscaldamento in inverno e il climatizzatore d’estate. L’automobilista è in lotta costante col clima: vuole il caldo d’inverno e il freddo d’estate. Il ciclista, al contrario, si gusta ogni stagione. E non è una differenza di poco conto.
Sì, il ciclosofo ha una percezione del mondo che coinvolge anche il gusto. No, non stiamo pensando al sapore degli insetti che talvolta capita di ingoiare (lo scriviamo per dimostrare che siamo consci che anche l’uso della bicicletta abbia degli aspetti negativi, ma intanto dimostriamo che si tratta di piccoli disagi facilmente superabili). Il gusto del ciclista sta nell’assaporare il mondo senza la pretesa di molestarlo con fumi e gas di scarico, nell’accorgersi che il tempo necessario per coprire il tragitto cittadino casa-ufficio è pressoché identico all’automobilista, ma senza il retrogusto amaro delle code e dell’affannosa ricerca del posteggio.
Amico autocostretto che hai letto fino in fondo, ci rivolgiamo a te: forse non avremmo dovuto dirtelo, ma quella che ti sembra una smorfia di fatica sul volto dei ciclisti in realtà è un sorriso. E’ il sorriso di chi sta vedendo, ascoltando, annusando, toccando e assaporando il mondo.


Bello!