Alla ricerca del perdono
3 Febbraio 2008 di ghizzo
Ho tentato di tenere a bada il senso di colpa a lungo. Poi, in una fredda giornata di gennaio, per colpa di un invitante raggio di sole che mi ha convinto che poi non faceva così freddo, il senso di colpa si è ripresentato e non ho potuto fare più niente per calmarlo. L’unico modo che conoscevo per scacciarlo via era inforcare la mia bicicletta e mandarlo via con il sudore.
Erano ormai mesi che non avevo più occasione per percorrere la strada su due ruote. Sia per il fatto che mi avevano rubato l’ennesima bicicletta sia perchè il tempo, tra pioggia e gelo, non era stato dei migliori, avevo lasciato la mia amata mountain bike a prendere polvere in cantina. Ma se da un lato ero conscio di avere fatto la cosa giusta, dall’altro lato c’era una parte di me che non si rassegnava ad “abbandonare”, seppure temporaneamente, le due ruote. Mi ero ripromesso che una volta tornata la bella stagione, o per lo meno un tempo accettabile, temperatura bassa o meno, cielo sereno o nuvoloso, avrei ripreso a pedalare. Mentre la bella stagione tardava ad arrivare il mio senso di colpa aumentava: povera bicicletta, rinchiusa al buio della cantina, tutta sola soletta… Poi arrivò la bella giornata tanto desiderata. Al sabato pomeriggio avevo deciso di fare una specie di giro di perlustrazione, pedalando per una mezz’oretta per la campagna e lungo il fiume. Avevo tra le altre percorso la strada che abitualmente faccio per andare al lavoro, in città ma che costeggia un campo. Appena imboccata una cosa mi aveva colpito: gli odori! Percorrendola in macchina mi ero in effetti accorto che vedere i campi dal finestrino non avevano più quell’effetto terapeutico che avevano di solito, ora rifacendola in bici aveva ripresa, intatto, tutto il fascino della mia terra. Arrivava al mio olfatto il profumo della terra e della roggia, che risvegliò in me la nostalgia dei campi e la voglia di pedalare, che ormai da troppo tempo tenevo a freno… Decisi così che il giorno dopo, la domenica, avrei ripreso in mano il velocipede.
Alla domenica mattina, appena alzato, avevo visto dalla finestra che cominciava a spuntare un timido sole e che la nebbia non si vedeva. Così dopo aver fatto colazione avevo rispolverato la due ruote.
Ore nove e trenta di domenica mattina, poca gente in giro e nonostante il (pallido) sole la temperatura non vuole saperne di salire: il contachilometri segna qualcosa in meno di cinque gradi… L’abbigliamento è giusto, sono ben coperto, ma non ingombrato dai vestiti; nonostante questo, il freddo sulle gambe si sente eccome! Comincia la ciclo-passeggiata e al freddo si aggiunge anche un “simpatico” vento altrettanto gelato, che ogni tanto mi fa scendere dei bei lacrimoni…
(Piccola divagazione: com’è possibile che, qualsiasi strada si faccia, qualsiasi direzione si prenda, un povero ciclista ha sempre il vento contro??? Cos’è, un mistero della fisica oppure un grande mistero della natura, che in quanto tale non riusciremo mai a capire??? se qualche ciclista che legge queste righe ha una risposta, lo prego di darmela!)
Dopo i primi venti minuti di pedalata sono assalito dai dubbi esistenziali: ma chi me l’ha fatto fare di riprendere la bicicletta proprio oggi? non potevo aspettare ancora una settimana, con un tempo più mite? Invidio il ciclosofo, che non ha potuto venire con me, che in questo momento sta al calduccio in casa sua. Poi mi ricordo del senso di colpa e del fatto che la bicicletta aspettava da troppo tempo da sola in soffita e capisco che questo vento freddo è una specie di espiazione, di sacrificio che devo fare per ottenere il perdono dal mio velocipede.
Tante volte penso che il solo capire qual è il problema sia di aiuto per arrivare alla soluzione: non si brancola più nel buio, si intravede lontana una luce e il solo incamminarsi in quella direzione ci aiuta a sentirci più leggeri, a sentirsi ottimisti che le cose si risolveranno. L’aver capito che dovevo “soffrire” per riprendere e rinforzare il mio rapporto con la bicicletta mi aveva aiutato a sopportare il momento di difficoltà. E una volta passato per l’espiazione, ora potevo godermi il giro in bicicletta. La temperatura, con il passare dei minuti, aumenta, il sole fa sempre più sentire la sua presenza. Il canale della Muzza non ha ancora lo splendore della primavera, i campi sembrano sonnecchiare. I muscoli sono ormai caldi, pedalare è ormai un piacere. Ci prendo gusto e aumento il chilometraggio quasi senza accorgermene. Alla fine i chilometri percorsi sono una cinquantina, le ore di pedalate un paio: di solito li faccio con tranquillità, ma è troppo tempo che non pedalo, quando a mezzogiorno arrivo in piazza sono ormai allo stremo delle forze!
La fatica è stata tanta. Ma il senso di colpa non c’è più, ora mi sento in pace con me stesso. Soprattutto ora so che è ricominciata la stagione delle ciclo-passeggiate.


Grazie per renderci partecipi delle tue sensazioni.