Voglio tornare bambino!
20 Marzo 2008 di ghizzo
L’altro giorno, nel salone dell’ufficio dove lavoro, è entrato un cliente con suo figlio. Questo bambino, nonostante da quanto ho capito non abbia ancora raggiunto l’anno di età, era di una vivacità incredibile: avendo già imparato a camminare e lasciato libero di girare dal padre, che lo teneva comunque sott’occhio, ha percorso in lungo e in largo tutto l’ufficio, instancabile, e con l’unico divertimento di una macchinina rossa che faceva correre lungo il pavimento. Avrà lanciato almeno cento volte il piccolo veicolo e per cento volte ha osservato curioso e divertito, le evoluzioni che compiva. Volete sapere la verità? L’ho invidiato. Ho invidiato il suo essere felice con niente, quando più di una volta, non sapendo come passare un week-end o una serata io mi senta annoiato; ho invidiato la sua voglia di conoscere e la sua capacità di stupirsi, quando a me ormai tante cose sembrano ripetitive e scontate.
Ho pensato allora a quando io riesco a vivere momenti di assoluta spensieratezza, in cui mi accontento di quello che vedo e di quello che faccio, quei momenti in cui mi diverto veramente con poco e niente. E sono giunto alla conclusione che anch’io riesco a tornare bambino, almeno per un po’: ed è quando vado in bicicletta.
L’idea di questa riflessione, a dire la verità, me l’ha data un libro regalatomi da un amico, volume che naturalmente parlava di viaggi in bicicletta (per la precisione: “Amati giri ciclici” – Giancarlo Pauletto –Ediciclo Editore). Sulla copertina una vignetta di Altan. In essa la moglie chiede al marito, che ha la bicicletta alla mano ed è vestito da ciclista: “Dove vai?” e lui risponde: “A portare a spasso il bambino che è in me”. Fantastica. Altan è riuscito in due battute a descrivere quello che tante volte ho sentito dentro di me, quando sono in giro in bicicletta, e che non ho mai saputo ben spiegare. Perché per tornare bambini ci vuole un certo tipo di preparazione, occorre riconquistare alcune libertà che con il tempo abbiamo imparato a controllare:
1 – perdere il senso del tempo
2 – avere voglia di esplorare
3 - non dare niente per scontato e lasciarsi sorprendere
4 – avere voglia di fare fatica
5 – possedere una buona dose di incoscienza
1. perdere il senso del tempo
È importante, quando si esce in bicicletta, conoscere il percorso per avere una stima approssimativa dei chilometri che si intendono fare. Di conseguenza, conoscendo le nostre capacità, si può stabilire approssimativamente la durata del giro. Ma una delle cose più belle dell’andare su due ruote, per lo meno se lo si fa per puro divertimento, senza grandi vincoli, ha avere l’opportunità di cambiare percorso, di fermarsi ad ammirare un paesaggio o una costruzione, di abbeverarsi a una provvidenziale fontanella trovata lungo il percorso. Insomma: non siamo in automobile! Per cui abbiamo la fortuna e il privilegio di poter rallentare senza che qualcuno che ci segue suoni immediatamente il clacson (uno degli innumerevoli vantaggi della bicicletta è che non occupa tutta la carreggiata di una strada) e gustarci un panorama pienamente. Il giro durerà più del previsto, magari, ma sicuramente ci consentirà di tornare a casa più felici e appagati di quando siamo partiti. Come un bambino, che gioca per ore e ore.
2. avere voglia di esplorare
Il veicolo a due ruote consente di andare, spesso, in posti che con le automobili non sono raggiungibili. Per fare un esempio: io vivo in pianura e la mia città è circondata dai campi ed è attraversata da un fiume. Negli ultimi anni, anche grazie a un buon lavoro svolto dalla amministrazione provinciale e comunale, sono aumentate le piste ciclabili e molte aree a ridosso del fiume e dei canali navigabili sono state sistemate per permettere una forma di turismo locale, per scoprire e approfondire le bellezze della nostra terra. Grazie alla bicicletta quindi ho potuto perlustrare in lungo e in largo molte zone della mia terra che sapevo che esistevano, certo, ma che non avevo mai avuto modo di vedere con i miei occhi. Del resto chi ha detto che per vedere qualcosa di bello occorrano fare centinaia e centinaia di chilometri? Spesso anche di fianco a noi esistono delle belle realtà da visitare, magari nei posti dove meno ce lo aspettiamo. Con il turismo a misura d’uomo che permette la bicicletta ho potuto esplorare delle aree che pensavo di conoscere, ma che solo raggiungendo con le due ruote ho veramente scoperto. Come un bambino, che percorre un ambiente nuovo e curiosa in tutti gli angoli.
3. non dare niente per scontato e lasciarsi sorprendere
Esplorare il mondo su due ruote può portare a delle nuove scoperte, ma anche percorrere le strade che facciamo tutti i giorni permette di scoprire cose nuove. Innanzitutto il punto di vista di chi è sul sellino è più in alto di chi è seduto su un automobile: solo per questo si possono vedere delle cose diverse. Inoltre, una volta liberati dalla schiavitù dell’abitacolo della macchina, i nostri sensi (come ha ben spiegato il ciclosofo in un suo intervento) sono come liberati e ci possono permettere di cogliere sensazioni nuove nell’andare in giro, anche solo per la città: rumori, suoni, odori giungono improvvisi e ci possono lasciare positivamente sconvolti, se siamo capaci di lasciarci andare. Come un bambino, che riesce a cogliere ancora la bellezza dell’evoluzione di una macchinina lanciata, la magia di quelle capriole.
4. avere voglia di fare fatica
Fare attività fisica è un bel modo per stare attenti alla linea, per sentirsi giovani, per impiegare il proprio tempo libero. Ha però una grande contro indicazione (questo vale per lo meno per le persone particolarmente pigre): occorre fare fatica. A volte può spaventare questa parola, ma nella maggior parte dei casi il rapporto tra fare fatica e ottenere risultati e divertirsi e direttamente proporzionale. L’esempio per eccellenza è quando si va a fare una passeggiata in montagna: arrivare al rifugio oppure al punto che ci si è prefissi di raggiungere prevede una buona dose di impegno, ma una volta arrivati la stanchezza scompare, per lasciare spazio alla soddisfazione di avere raggiunto l’obbiettivo. Per la bicicletta il discorso è uguale: maggiore è l’impegno che ci si mette, maggiori sono i chilometri che si percorrono, le salite che si riesce a superare. Come un bambino che gioca per ore e ore, instancabile, e che si ferma solo perché un genitore lo chiama per il pranzo o la cena.
5. possedere una buona dose di incoscienza
Questo è un argomento delicato da affrontare, perché non vorrei mi si fraintendesse. Essere incoscienti, in questo caso, non significa sfidare le macchine per le vie della città, percorrere i sensi unici contromano, fare manovre azzardate senza tenere conto del traffico cittadino; ma saper sfidare i propri limiti, non avere paura di osare a fare qualcosa che all’inizio ci sembra impossibile. Aumentare i chilometri di strada percorsa, affrontare una salita che ci è stata presentata come impossibile, percorre una discesa senza toccare troppo i freni per vivere l’ebbrezza della velocità. L’incoscienza per me sono quei piccoli passi che ci permettono di affrontare i nostri limiti e di spostarli ogni volta più in là. Come un bambino, che prima di imparare a camminare deve cadere tante volte, ma che poi non cadrà più.


Complimenti!
hai il modo di descrivere le cose con poesia e molto sentimento.
per un momento ho viaggiato sul (sellino) anch’io ed ho provato il vento nei capelli.
un cordiale saluto
GioVanni
E’ un post bellissimo,davvero
Dovremmo imparare un pò tutti a tornare bambini,con gli anni abbiamo perso di vista le cose che danno veramente la gioia di vivere.