Ieri sera, mentre cullavo il mio bimbo di poche settimane per accompagnarlo nel mondo dei sogni, sono riemersi pian piano, quasi che non volessero svegliare il pargolo, alcuni ricordi della mia infanzia. Tra i più nitidi riaffioravano alcuni momenti legati al mio rapporto ormai trentennale con le biciclette: è per questo motivo che ho deciso di riportarli su questo blog.
Se chiudo gli occhi, vedo ancora la mia prima bici, quella con cui ho prima imparato a pedalare e poi ad andare senza l’ausilio delle rotelle. Era appartenuta ad altri miei cugini prima di arrivare nel garage di casa nostra e – chissà, forse proprio per questo – ci ero molto affezionato.
Era verde, un verde rassicurante; aveva una lunga sella a righe bianche e verdi e sul campanello era raffigurato, un po’ sgualcito, un orso giocoliere. Ricordo i copertoni chiari, spesso sgonfi; divennero talmente lisi che un giorno la camera d’aria della ruota posteriore esplose, aprendosi un varco nella copertura non più capace di contenerla: fu la prima foratura della mia vita. La fortuna volle che nel cortile in cui giocavamo noi bambini fosse sempre presente un signore che usava il suo garage come laboratorio per i suoi hobby: amava i bambini e ci coccolava tutti, stupendoci con le sue invenzioni frutto di una geniale manualità.
Con la bici da riparare, mi avvicinai dunque al box in cui il signor M. stava lavorando, per chiedergli se fosse in grado di ripararmi la bicicletta. Egli si volse e, sorridendomi, prese tutto il necessario dalla cassetta degli attrezzi. In pochi minuti la bici, sotto il mio sguardo estasiato, era già riparata. Se fossi stato adulto e fossi andato in un negozio, avrei dovuto pagare la riparazione della camera d’aria e del copertone. Ma ero un bambino: oltre la riparazione gratuita, guadagnai pure una carezza sulla testa e l’invito a tornare a vedere il signor M. all’opera.
Non ricordo invece molto bene come andò il giorno in cui vennero tolte le rotelle alla bici verde: sarà stata forse l’emozione troppo grande, la paura, l’eccitazione o chissà cosa, ma non ricordo se fu mio padre, mia madre o se furono entrambi ad assistermi in un momento così importante. A memoria della giornata è rimasta però una foto di me da solo, a cavalcioni della bici, con entrambi i piedi piantati per terra e lo sguardo felice e fiero di chi è consapevole di aver salito un altro gradino verso l’età adulta.
Quando ormai le ginocchia toccavano il manubrio e la sella era stata alzata fino all’inverosimile, fu il momento di acquistare una bici “da grandi”. Altri bambini, nel cortile, mi avevano già preceduto in questa tappa dello sviluppo e inforcavano delle fiammanti e coloratissime bici BMX di grido, come si conveniva allora, nei primi anni ‘80.
Uscimmo a piedi, mio padre, mio fratellino ed io, per andare dal ciclista vicino a casa, che esponeva le sue biciclette una di fianco all’altra, in ordine decrescente per grandezza. Fu facile, quindi, avvicinarmi subito alla zona in cui erano parcheggiate biciclette adatte alle mie gambette. Mi innamorai quasi all’istante di una bici da cross Saltafoss: aveva il telaio blu metallizzato, un colore che non avevo mai visto su una bicicletta, l’ammortizzatore rosso, la sella nera imbottita e sul manubrio svettava un numero “1″ nero su campo giallo. Con mio stupore e altrettanta gioia, mio padre acconsentì subito e, mentre si accordava con il ciclista per il pagamento, io ero già in sella sulla bici.
Ma non fui l’unico a tornare a casa pedalando: mio fratello, poco più di due anni di età, vedendomi salire sulla bici, volle imitarmi: salì su un triciclo giallo che reputò andargli a genio. Non ci fu verso di farlo scendere e convincerlo di tornare a casa a piedi: si tornò a casa entrambi pedalando soddisfatti.
La bici blu mi accompagnò per tante estati e tanti chilometri percorsi avanti e indietro, in cortile e nelle strade attorno a casa, non ancora invase dal traffico che oggi impedisce ai bambini di circolare da soli.
Con la fantasia di bambino, la bici un giorno si trasformava in una moto della polizia e il giorno seguente nella moto del ladro che fuggiva per non farsi raggiungere, con il cartoncino tra i raggi per imitare il rombo del motore; un giorno era la bici da corsa del ciclista vincente all’arrivo di una tappa del Giro d’Italia e un altro giorno ancora diveniva un’astronave spaziale.
Non mancarono di certo i piccoli incidenti con gli altri bambini e le cadute, alcune delle quali lasciarono delle brave cicatrici sulle ginocchia, così da ricordarmi ogni giorno e non dimenticare mai che fui bambino anch’io: caddi, provai dolore, ma ogni volta mi rialzai. Un buon esercizio per prepararsi ad affrontare la vita adulta.
Capitò poi un giorno di essere a pranzo da amici di famiglia. Uno dei figli correva in una squadra ciclistica; il padre gli aveva regalato da pochi giorni una bici nuova per la promozione a scuola. Andammo a vederla in cantina, dove c’era parcheggiata anche la vecchia bici da corsa, di taglia più piccola. Il padre del ragazzino mi chiese di provarla: abituato alle ruote artigliate e alla posizione eretta della bici da cross, mi sentivo un po’ a disagio così, curvo su quel telaio e con quei tubolari dalla sezione così piccola. Non ricordo bene come mai, ma il giorno seguente quella bici da corsa entrò nel mio garage: ero diventato fiero possessore di una bici da corsa Bianchi, color celeste, con tanto di manettino sul tubo obliquo per azionare i cambi e i pedali a gabbietta.
Guadagnai sul campo i gradi di bambino più veloce del cortile: la bici si prestava a sbaragliare tutti quanti, ma più ancora le gambe erano spinte dall’orgoglio, dalla convinzione e dalla voglia di dimostrare che nessuno poteva battere una Bianchi da corsa.
Quando, nei primi anni ‘90, esplose la moda della mountain bike (allora italianizzata come rampichino), ebbi il piacere di pedalare in sella ad una splendida bici rosso fluorescente. Erano gli anni dell’adolescenza: come segno di ribellione e per la voglia di rimarcare una certa forza maschia, la bici perse nel giro di poco tempo i portapacchi, i fanali catarifrangenti e persino i parafanghi. Nuda, essenziale, come si addiceva, secondo il sentire dell’epoca, ai “grandi”.
Arrivarono gli anni in cui gli amici iniziavano a girare in motorino; il desiderio di possederne uno era troppo tanto, la voglia di sentirmi parte del gruppo forse di più, ma non ebbi mai la soddisfazione di averne uno, per il rifiuto categorico ed irremovibile dei miei genitori.
La bici, tutto d’un tratto, divenne il simbolo del conflitto generazionale: fu normale – lo posso dire oggi, a posteriori – disinnamorarmi e identificarla come un mezzo inadeguato, la zavorra che mi teneva ancorato all’infanzia e – nella testa di adolescente – finanche perdente, di fronte all’esuberanza, alla velocità e al rumore dei mezzi motorizzati.
Tuttavia l’amarezza fu grande il giorno d’autunno in cui dovetti affrontare, per la prima volta in vita mia, il problema dei furti delle biciclette. Tornai a casa a piedi, senza la bici rossa fluorescente, sconsolato e un po’ arrabbiato, convinto che se avessi avuto un ciclomotore non sarei stato vittima dello stesso torto. Speravo nella consolazione dei genitori, che invece mi rimbrottarono, convinti che non avessi prestato sufficiente attenzione nella cura della bici. Insomma: oltre il danno, la beffa.
Passai qualche settimana a piedi, complice l’avvicinarsi della brutta stagione. Dentro di me, ovviamente speravo che l’occasione fosse propizia per l’investimento in un ciclomotore. Invece arrivò un’altra bici, una mountain bike bianca che mi ha poi accompagnato verso la maturità, sulla quale ho portato amici e amiche (tanti amici e poche amiche, a dire il vero…) e che inforcai praticamente ogni giorno per tutti gli anni delle scuole superiori fino al conseguimento della patente, fiera compagna di serate con gli amici e soprattutto di tante corse affannate per non arrivare a scuola in ritardo, con lo zaino pesante sulle spalle, col caldo e col freddo, nelle assolate giornate estive e sotto la pioggia autunnale.
Furono quegli anni, probabilmente, che incisero così tanto nel farmi ritrovare l’amore per la bici. Un po’ perché ormai ero identificato da tutti come “quello in bici” e ciò assecondava il bisogno di distinguersi dalla massa; un po’ per il senso d’anarchia che l’andare in bici concedeva o reputavo concedesse: sottopassi e sovrappassi pedonali, rischiosi contromano in strade a senso unico, percorsi sui marciapiedi, guida senza mani e altre bravate giovanili; per fortuna mia, sempre senza danni.
Credo sia palese, dopo aver condiviso questi ricordi, comprendere come mai, quando mi laureai, non chiesi, come altri compagni di studi, di poter andare in viaggio all’estero. Domandai che mi regalassero una bicicletta: i viaggi ce li avrei messi io, con le mie gambe.


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