La bici è contagiosa. L’inatteso successo parigino di Vélib’ (il programma pubblico di noleggio biciclette) è il primo esempio lampante che mi viene in mente.
Credo di avere un altro esempio da portare a sostegno della mia tesi, ma riguarda la mia vita privata: avrò bisogno di qualche riga per spiegarlo, con alcune divagazioni.
Da qualche tempo coltivavo il sogno di partire dalla città in cui vivo (Lodi) alla volta di Roma, percorrendo in bici circa 600 chilometri sul tracciato della via Francigena, il percorso che fin dal Medioevo veniva battuto dai pellegrini che dal Nord Europa andavano a Roma lungo la via descritta da Sigerico, arcivescovo di Canterbury, durante il suo viaggio di ritorno.
Ne parlai al mio fido compagno di pedalate, il buon ghizzo che scrive su questo blog con me, il quale accolse immediatamente l’idea.
Per varie ragioni, però, negli scorsi anni non siamo riusciti mai ad organizzare il viaggio. Il ghizzo, intanto, illustrava l’idea ad un nostro amico comune: e così un’altra persona venne immediatamente “contagiata”, convalidando la mia tesi iniziale.
Se sono qui a scrivere queste righe non è però solo per la tesi iniziale: mio malgrado, loro due sono partiti proprio ieri, senza aspettarmi.
Sebbene da una parte io sia contento di vedere realizzata la mia idea, allargata ad altre persone, dall’altra parte sono ovviamente rammaricato per non essere riuscito a farli desistere dall’idea di rimandare ad un’altra data il viaggio, così che potessi aggregarmi. Quest’estate, infatti, non sarei stato in grado di seguirli: ho pochi giorni di ferie a disposizione e li ho destinati tutti (più che volentieri) a mia moglie e al mio piccolo bimbo di quattro mesi.
La gioia di sapere di due moderni pellegrini in bici, quindi, fa a pugni con il dispiacere di non partecipare al viaggio.
Forse, sotto sotto, sono rammaricato perché mi sono sentito in qualche modo escluso e poco considerato: forse mi aspettavo che, conoscendo la voglia e il desiderio che coltivavo, anche loro preferissero aspettare quando fossi stato libero per pedalare con loro. O forse è l’invidia di non poter vivere per primi l’esperienza che tanto desideravo di vivere. Molto probabilmente in loro è prevalso il desiderio di inforcare la bici e partire al più presto, con o senza di me: e di questo devo essere contento.
Vorrà dire che andrò a Roma da solo.


Purtroppo è prevalsa la voglia di partire, piuttosto che aspettare un amico: c’era la paura di non poter cogliere più l’occasione, non si sa mai cosa ci riserva la vita. La mancanza del Gine è stata una compagna pesante del nostro viaggio, sicuramente l’abbiamo sentita e ci è dispiaciuto non poterlo esaudire nell’attenderlo. Cosa posso dire allora al mio buon amico, se non che quando vorrà andare a Roma sarà al suo fianco: non si abbandona mai un amico, oltretutto se ci si sente in colpa per non averlo aspettato…