Non preoccupatevi per il titolo.. questo fine settimana non è succeso un altro evento tragico dalle parti di Lodi!
Per uno strano caso, però, a distanza di una settimana dall’evento di cronaca narrato dal Ciclosofo ho partecipato a un altro evento, questa volta prettamente sportivo, in quel di Varese: i mondiali di ciclismo su strada dei professionisti! Sembra strano, ma il termine “fucilata” era entrato a far parte del mondo del ciclismo nel 1982 durante i mondiali disputati a Woodward (Inghilterra). Beppe Saronni, a trecento metri dal traguardo e su un falso piano, aveva accellerato sorprendendo i suoi compagni di fuga e il mitico Adriano De Zan, grandissimo commentatore televisivo, aveva ribattezzato in questo modo la sua azione. Ma a Varese, domenica scorsa, c’è stata un’altra fucilata…
Tutto nacque dall’idea di un mio collega. Sapeva della mia passione per il ciclismo (sarebbe meglio dire ciclosturismo, non sono un’agonista) ed essendo anche lui un appassionato di bicicletta e avendo gareggiato a livello semi-professionistico, quest’estate mi aveva proposto di andare con lui a Varese, alla fine di settembre, per assistere al campionato del mondo.
In un primo momento titubante, poi sempre più convinto ho accettato e il mio collega aveva preso i biglietti. Così eccomi sveglio alle 6 di una fredda domenica mattina di settembre per andare a prendere il mio compagno di viaggio e per raggiungere Varese per assistere al grande evento. La settimana dei campionati mondiali era iniziata bene, con la vittoria di Adriano Malori nella cronometro Under 23 e nella gente era forte l’aspettativa della terza vittoria consecutiva di Paolo Bettini, anche se il campione toscano aveva annunciato il giorno prima che si sarebbe ritirato dalle corse.
Arrivammo a Varese piuttosto presto: visto che in città si aspettavano 400.000 persone ad assistere all’evento, temevamo di trovare traffico. Invece il viaggio fu scorrevole e alle 9 eravamo già al “Mapei Cycling Stadium” per assistere alla firma dei corridori sul foglio di partenza.
Alle 10:30 ebbe il via la gara, che si sarebbe disputata su un percorso di circa 17 chilometri da ripetere per 15 volte. Il tempo fino al pranzo lo passammo per gli stand allestitit dall’organizzazione, poi pranzo al self service della tribuna centrale e poi ad assistere ai bordi del rettilineo dell’arrivo alle fasi della corsa sul maxi schermo allestito di fronte a noi. Dopo 26 km tre fuggitivi, un ucraino, un lussemburghese e un venezuelano, avevano tentato la grande impresa, riuscendo ad accumulare fino a 17 minuti di vantaggio sul gruppo. Poi il ct italiano Franco Ballerini aveva dato l’ordine alla squadra di porre fine alla “festa” dei fuggitivi. Marzio Bruseghin, tenendo fede al suo soprannome il Mulo, si portò alla testa del gruppo e con la collaborazione a turno di Paolini e degli altri compagni di squadra ridusse di giro in giro il vantaggio dei tre leader della corsa. Si giunse così a quattro giri dalla fine. Tutto il pubblico, con il fiato sospeso, attendeva l’acuto del numero uno italiano, il “grillo” Bettini; ma il nostro era puntualmente rintuzzato nei suoi attacchi dagli altri big della corsa, come lo spagnolo Freire (alla ricerca di uno straordinario poker di campionati del mondo) o il belga Boonen, e da campione si dimostrò anche grande uomo. Se lui non poteva vincere lo dovevano fare i suoi compagni di squadra. Così l’inerzia della corsa passò per le mani, o per meglio dire, le gambe, di altri tre italiani: Damiano Cunego, Alessandro Ballan e l’incredibile Davide Rebellin, che a 39 anni suonati (e ritornato in Nazionale per accompagnare al successo il suo capitano, Bettini, nei mondiali del 2006 e del 2007) aveva l’occasione della carriera. I tre italiani attaccarono a turno, per fiaccare le resistenze dei compagni di fuga. Arrivati a circa 3 chilometri del traguardo, dopo l’ennesimo attacco di Cunego rintuzzato ecco che l’azzurro sembra farsi da parte: è arrivato il momento di Alessandro Ballan, che sfrutta l’empasse della corsa e piazza un’altra fucilata a distanza di 26 anni. Il Cycling Stadium, nel vedere l’allungo dell’azzurro, balza in piedi all’unisono. Le urla di incitamento di tutta Italia sospingono questo ciclista veneto a tenere duro, ad allungare sul gruppo che non ce la fa a raggiungerlo, fino a quando arriva a braccia alzate e quasi incredulo al traguardo: è il nuovo campione del Mondo!
Non ci sono parole per spiegare l’emozione provata. Non ci sono parole per descrivere il meraviglioso lavoro di squadra di questi nove ragazzi azzurri, che hanno gestito meravigliosamente la corsa e sono stati perfetti nel cambiare gli ordini di scuderia nel momento che non era possibile far vincere il “Grillo” Bettini. In questa giornata varesina ho potuto gustare tutto il bello e l’emozione del ciclismo. Innanzitutto la gente che c’era allo stadio. Certo, si temevano i corridori spagnoli, ma tutti i ciclisti che sono sfilati lungo il circuito hanno ricevuto il sostegno e l’applauso degli appassionati: nel ciclismo, quando la fatica è pura e non sostenuta da farmaci, si devono sostenere gli sforzi di chi pedala, indifferentemente dalla nazione per cui lo fa e non ci devono essere rivalità come nei campi di calcio, perché l’evento del mondiale è prima di tutto una festa, non può essere un campo di battaglia. Inoltre la sincronia con cui si sono mossi gli azzurri, la loro capacità di leggere e interpretare la gara, mi hanno dato il senso puro della parola “lavoro di squadra”. Alla fine, nel tripudio della folla, ogni singolo corridore ha visto nella maglia iridata indossata da Alessandro Ballan anche il suo premio per il lavoro svolto. Quanto è stato bello sentirsi italiani, durante la premiazione, in cui tutti, nessuno escluso, abbiamo cantato a squarciagola l’Inno di Mameli! Nel periodo di apertura della caccia, la fucilata di Ballan è passata alla storia… anche questo è un miracolo delle due ruote!

