In questo blog si sono più volte magnificati gli aspetti positivi della bicicletta, che secondo noi riesce a far apprezzare aspetti della nostra vita o semplicemente delle nostre giornate, che a volte non ci accorgiamo che esistono.
Non sempre però andare in bicicletta è tutto rose e fiori, e chi tenta di guardare il mondo da un sellino lo sa bene: ci sono volte in cui le gambe non vanno, momenti in cui non si ha voglia di pedalare, domeniche in cui si preferisce stare a nanna piuttosto che incrementare il numero dei chilometri sul contachilometri.. ma sono tutti aspetti che fanno parte dello stesso mondo. Come tutte le cose la bicicletta ha anche una faccia della medaglia che non ci piace! Questa domenica mattina di ottobre ne è una testimonianza. Ma non si preoccupino gli amanti delle due ruote né si rallegrino i loro detrattori: alla fine un aspetto positivo di viaggiare sui pedali c’è sempre!
Ho sempre amato la nebbia. Sarà perché non devo percorrere tanti chilometri in macchina per andare al lavoro, ma le classiche giornate autunnali in cui nella pianura padana la fa da padrona la foschia non mi hanno dato mai fastidio, anzi, ci sono volte in cui essere avvolto dalla nebbia mi da una certa sicurezza. Perché in quei momenti è come se quel muro grigio ci voglia preservare dalla realtà, facendola apprezzare di metro e in metro.
Questa domenica mattina è stata invece una delle poche giornate in cui la nebbia l’ho odiata. Avevo programmato tutto: visto il cambio dell’ora sarei potuto partire sempre intorno alle 8 del mattino, ma guadagnando un’ora di sonno e avendo un’ora in meno di pedalata nella nebbia. Due domeniche fa infatti questa tipica manifestazione atmosferica del Lodigiano mi aveva accompagnato per ben un’ora e mezza, i vestiti erano bianchi per l’umidità e il paesaggio della campagna mi era in gran parte precluso, insomma, era stata dura superare la prima parte della prevista pedalata. La sveglia suona alle 7:30, alzo le tapparelle della mia stanza e davanti a me c’è un muro di nebbia! Tutti i ragionamenti fatti non sono valsi a niente. Mi rifugio nell’ultima possibilità, andare a fare colazione e perdere una mezz’ora a leggere il giornale, di modo che quando avrò finito la nebbia si sarà alzata; macché, il muro sembra sempre invalicabile. Questa volta mi sono però premunito e oltre ad accendere la luce intermittente ho anche un giubbino catarifrangente, così per chi mi dovesse incrociare in macchina sarò più visibile. Parto da solo questa domenica, ma il richiamo della bicicletta è stato ancora una volta più forte. Vedendo che per le strade ci sono solo pochi coraggiosi ciclisti e quasi nessuna macchina mi viene da invidiare coloro che se ne stanno nel loro letto con le tapparelle abbassate, a godersi tra il calore delle coperte questa domenica mattina veramente autunnale! Ma l’invidia è solo un veloce pensiero che attraversa la mia mente mentre mi dirigo verso la pista ciclabile che costeggia la strada Lodigiana. D’altra parte saranno proprio i pensieri i miei compagni di questa pedalata. Non ho voluto portare il lettore Mp3 perché nel programma è previsto l’attraversamento di alcune strade trafficate, oltre ai percorsi ciclabili e a stradine di campagna poco frequentate, e non vorrei che la distrazione della musica potesse abbassare il mio livello di attenzione alla strada, anche se effettivamente non si vede in giro quasi nessuno. Una volta passate le ultime case di Lodi di fronte a me il muro di nebbia si rivela in tutta la sua imponenza: la visibilità si riduce a un raggio di circa dieci metri intorno a me, come se dall’alto ci fosse un gigantesco faro da palcoscenico che mi segue lungo tutto l’itinerario. Più che alla strada visto che la conosco bene per averla percorsa più volte mi affido alla memoria, per poter capire a che punto sono del mio tragitto, perché i riferimenti visivi sono veramente scarsi. Nella mia mente si fa largo l’idea di pedalare per una mezz’ora, poi se il muro di nebbia non sale di tornare alla base. È frustrante infatti andare avanti con l’istinto e non con la vista. L’umidità è pesante, tanto che dopo un po’ tolgo pure gli occhiali da sole, che invece che aiutarmi nel dare profondità alla mia visuale raccolgono troppa umidità sulle loro lenti: decido di togliere, a un incrocio appena passato vedevo troppo poco! A difendermi dalle gocce d’acqua basteranno le ciglia, che del resto il buon Dio proprio questo ha predisposto sopra alle nostre palpebre. Passa la mezz’ora, ma il pensiero di rientrare alla base l’ho già abbandonato, sentire i muscoli delle gambe scaldarsi nello sforzo di portarmi avanti nella strada è più forte di qualsiasi tentazione di rinunciare al giro. Guardo l’orologio, sono quasi le dieci, ma la nebbia non accenna ad alzarsi. Guardo con gioia agli alberi che costeggiano le strade e sono felice quando passo per paesi o a costruzioni, perché tolgono spazio alla nebbia e allargano di qualche metro la visibilità. Ma è solo una gioia di un attimo, che mi invita comunque ad andare avanti. Verso Casale, appena passata l’industria alle sue porte, una di quelle fantastiche cappelle di campagna mi invita a fermarmi, la scritta sopra lo stipite della sua porta (“AVE MARIA”) mi induce alla preghiera. Fermandomi mi accorgo del silenzio attorno a me: una volta che il vento che sfiora le orecchie e il rumore delle ruote non ci sono più non si sente più un suono, se non il rumore delle gocce di umidità che dall’albero che sovrasta la cappella cadono sul terreno. Poi arrivano delle voci di due corridori, un paio di minuti prima che riesca a scorgere tra la foschia. Mi fermo per fare una foto alla cappellina, ma ho commesso l’errore di lasciare accesa la macchina fotografica e le pile si sono scaricate.. un altro segno che è una giornata no per pedalare! Un gruppetto di ciclisti mi sorpassa e scompare nella nebbia, poi arriva il momento di ripartire. Passo Terranova de’ Passerini e mi sembra che la luminosità sia finalmente aumentata. Vuoi vedere che finalmente la nebbia si alza? In parte è così e dai dieci metri di visibilità si passa lentamente a circa un centinaio, ma la sensazione di claustrofobia è ancora ben presente. Basta però la sensazione che il tempo stia migliorando per farmi decidere di aggiungere qualche chilometro al giro previsto, fino a sforare in territorio cremonese. Passo un tratto di sterrato subito dopo il ponte di Cavenago, poi una sosta è obbligatoria al santuario della Madonna della Fontana, che d’estate è un vero e proprio invito a fermarsi e a ristorarsi per il ciclista accaldato. Improvvisamente un raggio di sole, il cui disco avevo cominciato a intravedere una volta passato Cavenago d’Adda, fa capolino e per la prima volta vedo la mia ombra accompagnarmi sul margine della strada, dopo quasi due ore sui pedali. I chilometri alla fine del giro diminuiscono vertiginosamente, ne mancano circa 15 al rientro a Lodi, ma lo spirito finalmente migliora: è bastato un po’ di sole per rendere positivo il giro domenicale! Alla fine i chilometri fatti saranno quasi settanta: niente male, ho sfidato e vinto il muro di nebbia, che dopo avere odiato posso considerare compagna di questo giro..

