Articolo tratto da lastampa.it del 28 maggio 2012, scritto da Veronica Ulivieri. http://www3.lastampa.it/ambiente/sezioni/greenews/articolo/lstp/456005/
Può una smart city rinunciare alla bicicletta? Difficilmente. Perché le due ruote sono il mezzo più intelligente – numeri e tempi di percorrenza alla mano – per gli spostamenti urbani.
Un mezzo antico, eppure capace di restare al passo con il presente digitale e le nuove tecnologie, che delle città smart sono una componente essenziale. Un esempio su tutti: le bici di Copenaghen. Nella città danese, con un progetto elaborato dal SENSEable City Lab del MIT (il prestigioso Massachussets Institute of Technology di Boston), diretto dall’architetto torinese Carlo Ratti, nella ruota posteriore della bici è stato integrato un sistema che accumula l’energia passiva della pedalata e, oltre a rilasciarla in salita, la usa anche per interagire con lo smartphone e misurare, con specifici sensori, la qualità dell’aria, la distanza percorsa, la posizione in cui ci si trova.
A Torino, città che si candida a diventare nei prossimi anni una città smart in grado, “di leggere i bisogni dei cittadini e rispondere in modo intelligente” – come ha dichiarato l’assessore all’Ambiente Enzo Lavolta in occasione della tavola rotonda del Bici Show a Energethica - l’esempio di Copenaghen per ora resta ancora un sogno, anche se negli ultimi anni alcuni passi importanti sono stati fatti. Primo tra tutti TO Bike, il servizio di bike sharing inaugurato nel 2010, che oggi può vantare numeri importanti: “79 stazioni, con l’obiettivo di raddoppiarle entro il 2013. 12.739 abbonamenti annuali, 4.900 prelievi giornalieri questo mese, 1 milione e 75.000 prelievi negli ultimi 12 mesi”. Nel 2009, nella zona tra Santa Rita e Mirafiori Nord, è entrata in funzione anche la prima (e per adesso unica, anche se i cittadini ne chiedono altre) Zona 30, che da subito, spiega il Comune “ha messo assieme dati confortanti: azzeramento dei feriti gravi, riduzione dei giorni di prognosi e delle spese per ricoveri ospedalieri e danni materiali, abbassamento della quantità di traffico e del passaggio di mezzi pesanti”. Interventi che, sottolinea l’assessore ai Trasporti Claudio Lubatti, “collocano Torino in cima alle classifiche nazionali delle città più ciclabili, ma in posizione medio-bassa nelle statistiche europee”.
Che cosa manca dunque? Prima di tutto, spiega il presidente della Fiab (Federazione italiana amici della bicicletta) Antonio Dalla Venezia, “in Italia non c’è una regia nazionale che abbia in mano la situazione e raccolga i dati”. Le città devono quindi arrangiarsi da sole: “Servono Piani Urbani per la ciclabilità, che oggi sono solo nel 30% delle città, e nuove piste ciclabili. interventi di qualità, e non tanto per fare. Sui percorsi che già esistono, c’è bisogno di manutenzione. E poi, nuove Zone 30: a Brema sono 500, a Torino ce n’è solo una”. Tutte misure che garantirebbero più sicurezza a chi pedala e farebbero aumentare il numero di ciclisti, secondo un circolo virtuoso in cui, spiega Edoardo Galatola della Fiab, “più ciclisti ci sono, più le strade sono sicure”.
Alla Città di Torino le associazioni fanno da anni richieste precise. Fabio Zanchetta le riassume così: “Serve la progettazione di una città ciclabile, che non equivale solo alle piste, ma anche a investimenti in sicurezza, con Zone 30 e percorsi riservati alle bici, togliendo spazio alle auto, magari una corsia su dieci, e non ai pedoni. Se si trasforma la città, non si può farlo dimenticandosi delle esigenze dei ciclisti”. Basti pensare alla linee della metro: “Nei treni nella linea 1 purtroppo non ci sono spazi per portare la bici a bordo, ma nella linea 2 dovranno esserci per forza”, ammette Lubatti. Ma Zanchetta chiede anche una buona dose di sana “repressione”, “multando gli automobilisti che parcheggiano sulle piste ciclabili”.
La mancanza di risorse da investire è il mantra sempre più spesso invocato dagli amministratori. Eppure le “risorse occulte” ci sarebbero, ma vanno liberate: “se si contano i costi collettivi dell’auto, si scopre che morti e feriti ci costano 28 miliardi l’anno e le conseguenze dell’inquinamento altri 80-90 miliardi. In media, fanno 4.000 euro l’anno per auto”, ricorda Galatola davanti a una serie di grafici inoppugnabili. Destinare alla bicicletta una parte dei proventi delle multe farebbe poi il resto. “Il 50% di questi soldi dovrebbe andare a finanziare opere per la sicurezza stradale e la ciclabilità. A Torino, parliamo di 70 milioni di euro: anche solo 1 o 2 milioni potrebbero essere utilizzati per la bici”, sottolinea Zanchetta. Venezia, racconta il presidente della Fiab, “nel 2010 ha deciso di dedicare i proventi della sosta a pagamento dei 5 anni successivi a investimenti per le due ruote”. Per dirla all’americana, dunque, “we can do it”, bastano solo volontà politica e condivisione dei progetti con i cittadini.
